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W. E., al contrario di quanto annunciato, non è un brutto film: è un film imperfetto che risente della voglia di Madonna di dimostrare di essere una regista credibile. Il che è difficile nel mondo machista di Hollywood anche per le brave registe di professione, per quelle che ci arrivano già tacciate col marchio di “diva” è un’impresa sostanzialmente impossibile. Succede, sono cose della vita (vanno prese un po’ così). Madonna ci prova, piena di energia e buona volontà: fa tenerezza. Lo storia è nota. Le immagini si dipanano attraverso carrellate, soggettive, camera a mano… Madonna ci mette di tutto per cercare di convincerci che conosce il mezzo e che sa destreggiarsi in maniera agile tra i modi del fare cinema: il risultato è una sorta di pastiche linguistico di quelli che normalmente piacciono tanto ai festival cinematografici che così male l’hanno accolto. Se sei brutto ti tirano le pietre, sei sei bello idem insomma. La coerenza sintattica ne risente, ma nel complesso l’energia e il coinvolgimento che traspare tende a prevalere. Ci sono delle forzature (i parallelismi tra le due Wallis) e delle freddezze (le passerelle catalografiche di vestiti, tessuti, complementi d’arredo, gioielli, oggetti suntuari, etc.), ma anche delle tenere dolcezze -come il ballo della vecchia Wallis- e la citazione a From Here to Eternity che danno al film un valore di racconto caldo e accogliente, a volte ironico (nella stizza  della Wallis di ieri verso quella di oggi) e drammaticamente coinvolgente (nella bellissima scena iniziale con Andrea Riseborough riversa a terra in una livida nudità). Un po’ biopic e un po’ romance, un po’ estetico e un po’ ruvido, un po’ riuscito e un po’ no. Sicuramente (?) sincero.

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