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Avere un albergo vittoriano e Glenn Close a disposizione e riuscire ugualmente a girare un film imbarazzante: ci vuole talento. Sì, Albert Nobbs è un brutto film e non basta una buona prova attoriale a riscattarlo. Glenn Close aveva già interpretato questo personaggio a teatro nel 1982 e da tempo tentava di portarlo sul grande schermo: una donna nell’Irlanda dell’Ottocento che per sopravvivere a un’infanzia tragica si traveste da uomo e diventa cameriere (Victor Victoria + Downton Abbey + Quel che resta del giorno + Gosford Park, almeno nell’aspirazione – o nell’aspettativa). Le donne-uomo al cinema, è noto, non sono una novità, ma sembra che il lavoro sul corpo appaghi sempre l’ego dell’attore e spesso dia soddisfazione -non si capisce bene perché- anche allo spettatore (Victor Victoria, Boys don’t cry…) e peggio ancora alla critica. Curioso notare come in questa pellicola alle donne per farsi passare da uomo (sì, ce n’è più di una che lo fa) basta non truccarsi e buttarsi addosso un completo maschile; tanto che per questo postulato ogni donna appena sveglia potrebbe essere scambiata per un maschio. La vera bruttura del film sta però nella scrittura della protagonista: un piccola donnetta spaventata e patetica sul cui capo pende sempre più, col procedere della storia, il sospetto di una sindrome da insufficienza mentale (l’ebetismo come chiave attoriale). Glenn Close ha prodotto e co-sceneggiato il tutto: molto bene (proprio). Attendo il ritorno di Patty Hewes (nonostante il degenero della serie –Damages-), che è meglio. Come se non bastasse, una volta tornato a casa dopo esser stato a vedere questo film, in televisione mi imbatto -nuovamente- ne L’educazione fisica delle fanciulle: film altrettanto pretenzioso e di una bruttezza fotonica, con Eva Grimaldi (questa volta però in un ruolo autoriale e non in una performance da Mutande pazze, che forse però era meglio) e una rediviva Jacqueline Bisset in grande spolvero. In Turingia, a cavaliere tra Ottocento e Novecento, in un lussuoso collegio qualcosa di strano e angosciante accade… Un crogiolo di ridicolezze. E così penso che se proprio devono esserci di mezzo  sottogonne, cappotti di velluto, case vittoriane un po’ sinistre e carrozze a cavalli è sempre meglio buttarsi sui film horror, ché almeno sono caciaroni e gigioni per definizione: nel genere il pretenzioso solitamente finisce e si (auto)soddisfa laddove il mascherone del fantasmino riesce a farti fare almeno un urletto trattenuto sulla poltroncina di velluto. The woman in black in questo riesce bene difatti: solita fantasmagoria di vendette materne per maternità negate, nella brughiera inglese dell’Ottocento. Atmosfera riuscita (anche grazie alle scenografie estremamente suggestive) e qualche spavento ben congegnato.  La noia del film sta però proprio nel fatto che questi (bei) spaventi siano tutti disposti (appoggiati) in una parte centrale somigliante più a un videogioco che a un film: sostanzialmente manca una narrazione (un racconto) in favore di una giustapposizione troppo asettica e poco vischiosa. Daniel Radcliffe poi è molto tenero, ché nonostante la barbetta e l’ipertricosi sembra sempre imberbe (a questo punto sono curioso di vedere se sarà un Allen Ginsberg migliore o peggiore di James Franco -in Kill your darlings, in uscita il prossima anno-). E poi boh, mentre eravamo al cinema un mio amico in verità ha avuto un attacco di panico: The woman in black promosso quindi.

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