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“Everybody was like ‘What, are you crazy?’. They’re very nervous about breaking the formula”, dice Mariah a proposito di Fantasy remix: sua smash it del 1995. In buona sostanza la casa discografica diede della pazza scriteriata a Mariah ché voleva lavorare con O.D.B -considerato un brutto ceffo- e  spingersi così verso l’hip-hop correndo il rischio di perdere un sound pop più trasversale (e quindi più vendibile). E Mariah Carey tuttora ce la mena col fatto che questo remix, per il quale lei tanto ha lottato, abbia aperto la strada al crossover tra pop e hip-hop cambiando così la storia della musica. Il pezzo infatti fu un grandissimo successo e, sì, divenne un caposaldo del genere che aprì la via a una contaminazione di cui tutt’oggi raccogliamo i frutti (a volte anche marci). Whitney Houston in verità arrivò prima di lei però, per dire, ma la sua proposta -il remix di My name is not Susan- non ebbe successo. In un’intervista al Sun nel 2008 Mariah disse: “It gets so annoying when people make out I have gone all Hip-Hop just to get in on a trend. I sang with Ol Dirty Bastard, may he rest in peace, back in 1996 for the remixed version of ‘Fantasy.’ I love him and I miss him. Working with him was a highlight for me because it was such a random union. But for younger kids on the street, that’s the version of Fantasy they know – the line ‘Me and Mariah”. Nonostante questo in seguito nessuno si è mai preoccupato di aspettarsi altre novità da Mariah Carey, altri guizzi o lampi di originalità: ogni suo pezzo è stato accolto come bello o brutto (solitamente come noioso), a seconda (della riuscita o non e del gusto). Madonna no! Lei poverina se non partorisce qualcosa di percepito come innovativo viene stigmatizzata, additata e accusata delle più infamanti bassezze. Lei si porta addosso da anni questa noiosa maledizione quando, a voler ben vedere, musicalmente non è mai stata innovativa (e molto spesso nemmeno visivamente). Un articolo ai tempi di Music la definì piuttosto come una vampira in grado di capire cosa poteva o meno funzionare e farlo proprio, rilanciandolo all’ennesima potenza. Così fece ad esempio con Vogue, che di originale aveva ben poco: a lei senza dubbio però va il merito di aver rimescolato elementi pregressi in un prodotto infinitamente più funzionante. La mancanza di originalità non è un problema: Madonna è l’icona perfetta -esemplare- dell’epoca post-moderna.

Viviamo non più nella contemplazione estetica della riproducibilità, ma nel dominio assoluto della medesima. […] Viviamo un’epoca in cui il gesto creativo più eversivo […] consiste nel mettere le virgolette a un frammento strappato da chissà dove ^

…Quindi il fatto che M.I.A e le Dragonette -prodotte da Solveig- si ballassero già da un paio di anni pure a Milano (che, voglio dire, non è New York o Londra) o che Nicki Minaj facesse featuring con tutti (ma proprio tutti eh) già da un bel po’ di tempo (iniziando proprio con Mariah Carey tra l’altro) non possono essere motivi di effettivo mal contento per il nuovo discusso singolo di Madonna, Give Me All Your Luvin, che non si rivela un passo avanti o addirittura rivoluzionario come si chiacchierava avrebbe dovuto essere (o come alcuni fan avrebbero voluto). Il vero problema è che, a questo giro, il risultato finale è inferiore a tutti gli spunti  presi, mancando così il match point del miglioramento esponenziale che solitamente a Madonna riusciva, polverizzando così la concorrenza. La concorrenza verrà polverizzata anche a questo giro data la lunga attesa, dato il suo status di icona e la natura estremamente catchy del pezzo, che non è così brutto come lo dipingono i soliti detrattori, giusto un po’ più sciocco del solito (nessun peccato mortale come la cacofonia di Die Another Day insomma). Per assurdo uno dei pochi aspetti di interesse come il pasticcio elettronico del bridge, che ben si sentiva nella demo uscita un paio di mesi addietro, nel final cut è coperto dallo scialbo cameo di Nicki e M.I.A. Inaspettatamente divertente invece il videoclip: peccato per certe doppie esposizioni, che in streaming sembrano fatte anche peggio di quel che probabilmente sono realmente, e per la mancanza di almeno una sequenza coreutica come si deve (come c’era in American Life, ad esempio). Per una Madonna inaspettata e musicalmente all’avanguardia sapremo aspettare ancora un altro po’, tanto a lei con la chitarra in mano durante i concerti non ci ha creduto mai nessuno. E sul dancefloor o sotto i palchi nessuno starà a pensare a queste cose. Perché poi, boh… Arriva lei al Super Bowl con il più grande spettacolo sul pianeta e subito è il sogno di una vita che si realizza: Madonna è diventata un cavaliere dello zodiaco.

 ^ (A. Grasso, Buona Maestra)

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