Le mani incrociate sul petto sembravano di cera e la faccia gonfia aveva un aspetto perlaceo: l’incarnato era di colori gialli e verdi come sbiaditi, misti a tenui rosati svaporati da leggeri grigi di aniline; tra le mani, lucide e di zafferano, un rosario di grani bianchi, come di riso. Coperta da un leggero velo bianco, la zia giaceva immobile nella bara; Luna, il cane che abbaiava sempre a tutti coloro che entrassero nell’appartamento, ora se ne stava immobile, ai suoi piedi; non c’era carezza o coccola che la potesse distogliere della sua muta tristezza. 

Io prima di allora mio padre non l’avevo mai visto piangere: avevo scorto i suoi occhi lucidi solo una volta, alla mia laurea, ma anche allora non mi aveva detto niente, nemmeno bravo o complimenti; era rimasto zitto e io a stento mi ero accorto della sua commozione per me. Ma tu non sai quanto hai fatto hai fatto felice il tuo papà?!, mi aveva detto una volta la zia al telefono, ed io… Io no, non lo sapevo. 

Da sotto quel velo bianco di zucchero a velo la zia non poteva più spifferarmi nulla e mio padre continuava a stare zitto, con negli occhi la tristezza che potevo leggere anche nello sguardo silenzioso del cane: vidi allora in mio padre un sentimento nuovo, che non avevo mai visto, un sentimento dolce e triste, come quello di una bestia muta. 

 

 

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