Si è concluso ieri a milano il Mix, festival cinematografico GLBT giunto quest’anno alla sua 25° edizione. Il cinema è un prodotto culturalmente costruito, nell’accezione relativa al fatto che una cinematografia non può essere disgiunta del periodo storico e dal luogo geografico che l’ha prodotta, così come altre manifestazioni culturali il cinema è quindi un prodotto utile per l’analisi della società stessa che l’ha prodotto. A distanza di anni è quindi facile prendere un film, o un genere cinematografico e farne una lettura stratificata e trovare significati a più livelli sottesi o meno e risalire alle dinamiche culturali da cui sono scaturiti. Con i fenomeni contemporanei è un’operazione da farsi più complessa e spesso impervia. Durante i festival del Cinema di Venezia degli anni scorso per esempio sono stati riabilitati anche i film scoreggioni degli anni ’70, ché col passare del tempo hanno acquisito anche un’importanza culturale di documento che non avevano in origine, pur restando a tutti gli effetti film di serie B, ma a Tarantino piacciono molto e ci fa du’ palle così in merito.

E ripensando ai vecchi classici della cinematografia gay mi vengono in mente, tra gli altri, Cruising, Ai Cessi in Tassi, Hustler White… Tutti film in cui regna una violenta confusione, molto vitale e spregiudicata e una violenza confusa, un appetito da condividere e un’insaziabile ricerca, vorace, dell’altro: come per avere una percezione più chiara di sé stessi. Nei film proposti  quest’anno al Mix invece a regnare sovrana è una lieve sensazione di dolcezza, una profusa tenerezza pervasa tra le storie, a volte sì dure, ma sempre con il dono di un afflato leggero, che sia un sorriso complice o uno sguardo commosso o impaurito, come quello di Fabio quando scopre che il ragazzo che gli fa battere il cuore in realtà è un FMT (famale to male), o quello pieno di speranza di Francis mentre si confessa al ragazzo che spera non sia l’ennesimo a spezzargli il cuore, o ancora quello severo di Gavin, una giovanissima marchetta che si prende cura dell’ingenuo Antonhy… O, ancora, la dolce rassegnazione di una stanza vuota, o la leggerezza sfrontata di un fratello che ti prende un po’ in giro. Come se fosse questa la dolcezza desiderata da una generazione, un po’ stanca di essere ufficialmente dispersa, per lenire un esodo che sembra non avere fine se non nello sguardo premuroso dell’altro, che regala un po’ di tiepida empatia. Un po’ di respiro.

 

 

 

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