Prima di portarmi in sala operatoria mi danno da bere delle goccine, per distendersi  un pochino, dicono loro: sbam, mi addormento all’improvviso. Al risveglio mi trasportano sul lettino e mi avviano al patibolo. Il lettino è corto e i piedi sporgono. Rido. Nelle giornate precedenti mi era capitato di pensarlo: e se sbagliano anestesia? Tipo che non mi sveglio più?! Va bhe, manco me ne accorgo, potrebbe andare peggio. Che poi voglio dire, un errore può capitare a tutti, e con tutte le anestesie che si trovano a dover fare vuoi che una non gli venga male? Mica la prendo sul personale. Il fascino degli uomini risiede nei loro errori dopotutto. Il pensiero ogni tanto tornava man mano che il momento dell’esecuzione si avvicinava, ma avevo poco tempo per concentrarmicisi con mia madre che mi assillava su quale pigiama mettere nel borsone, che sembrava quello di una gestante pronta al parto. Arrivato in sala operatoria l’anestesista, Elvira, che aveva un lungo serpente tatuato attorno al braccio, mi dice "Pensi a qualcosa di bello, così fa un bel sogno". E io… E io l’ho pensato. Ho pensato a lui; come si pensa a qualcosa di lontano e sembra di vederlo attraverso un vetro rigato dalla pioggia, tra bagliori notturni e battiti di ciglia iridescenti. Però non c’è stato nessun sogno. Ed ora, ogni tanto, mi distraggo, e ancora ci penso… E ancora sento quell’odore, di fiori di mandorlo e farina.

 

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