Secondo l’antropologo italiano Ernesto DeMartino l’universo magico (formule, riti, streghe, stregoni, sciamani, incantesimi ecc.) può essere compreso solo in relazione all’angoscia, tipicamente umana, della perdita della presenza, condizione che l’essere umano non cessa di costruire per sottrarsi all’idea di non esserci. L’emersione del pensiero magico è quindi assimilabile come primo tentativo coerente di affermare la presenza dell’uomo nel mondo. Un tentativo di superare l’annientamento, tentativo che coincide con l’affermazione del mondo magico come spazio del pensiero e di azione in cui l’uomo realizza la propria volontà di esserci di fronte al rischio di non esserci. La magia come atavico elemento di antropopoiesi e affermazione del sè. Come affermazione di sè e dell’altro, perchè il sè va affermandosi solo in rapporto con la condivisione con l’altro, col riscontro.

L’atto magico sarebbe, poi, per Malinowski, antropologo polacco, l’espressione simbolica di un desiderio, atto costruito su una serie di atti sostitutivi, come quando abbracciamo il cuscino pensando di avere tra le braccia qualcuno…

 

Compio onirici atti magici ogni sera, e ancora non ne avevo coscienza.

 

 

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