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“Ti spiace  se usciamo sul balcone? Devo fumare. Io non fumo. Fumo solo quando sono molto nervoso”.

E a tarda sera, sul balcone che affacciava su altri palazzoni da speculazione edilizia anni sessanta sembrava di stare nella tromba di un ascensore, destinazione Tahiti. Fumando appoggiato alla ringhiera continuò a raccontar la sua storia: del suo ex, e del suo dolore, della propria famiglia e di sua nonna.

“Scusa, scusa, adesso la smetto! Lo so, è deprimente. Dai, cambiamo argomento”.

Ma alla sua storia era davvero interessato e lo pregò di continuare. E così gli ha parlato di quando per una crisi di nervi frantumò il servizio di piatti ferendo una sua amica e il proprio ex fidanzato, di quando per interi mesi non si alzò dal letto; della sua depressione, del suo romanzo così giovane e così pieno di dolore e disperata speranza: “Non mi resta che sperare in un miracolo… Perchè io lo so, che Dio è grande”.

Aveva le spalle strette, gli occhi fragili e la pelle di cannella: avrebbe voluto stringerlo così forte e dirgli che i miracoli non esistono, che esistono le persone, che sono stupide e sciocche perché è questa la loro natura. Perché questa è la nostra natura. E non c’è nessun Dio che la possa cambiare. Nemmeno ad Tahiti. Ma non lo fece.

 


Da queste parti stanotte / c’e’ chi ha fatto i bagagli / e le stelle suonavano forte / come tanti sonagli. c’e’ chi va sulle punte dei piedi / sopra il lago gelato / e chi si siede sul cuore di un altro / per un altro peccato.

 

(Da Queste Parti Stanotte – L. Bertè)

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