Sul lavoro diverse delle mie colleghe di cui, per mere questioni anagrafiche, potrei essere il figlio, ma immaginarmi anche solo una di loro come mia madre mi risulta molto difficile; senza il vincolo parentale il confronto avviene praticamente sul medesimo piano, complice anche il lavoro svolto, che è il medesimo, e per me, e per loro. Tra di loro c’è Janice: è bellissima, ma lei non sa nemmeno di esserlo, altrimenti, ai miei occhi, probabilmente nemmeno lo sarebbe. A volte sembra una bambina spaventata. Oggi entro in ufficio, Janice ha una faccia strana, me ne accorgo “Buongiorno cara, come va?”, lei non risponde, nemmeno si volta: si limita a mordersi le labbra. Forse non mi ha sentito, è concentrata penso io “Ohy, tutto ok?!” Lei si volta appena, le labbra tra i denti: alza le spalle e scuote la testa in maniera quasi impercettibile “no, non va bene.” Brevemente mi parla di quel che  le pesa ora sullo sterno, so che quella non è altro che la punta dell’iceberg. Poi si sa, ogni famiglia è disgraziata a modo suo. “C’è che, vorrei essere diversa.” conclude “E’ un desiderio comune.” le dico io; avrei voluto prender le sue mani tra le mie e baciarla in fronte per succhiare via quel veleno che le si è annidato tra le sinapsi e che le fa credere d’esser da buttare via. Avrei voluto poter ridarle la vista.

 

 

Mare mare mare voglio annegare
portami lontano a naufragare
via via via da queste sponde
portami lontano sulle onde…


(Summer on a Solitary Beach, Battiato)

Annunci